Parlez-vous français?

Il mio primo approccio con la lingua francese è stato in prima media: mia mamma aveva scelto per me la sezione bilingue e quindi studiavo sia inglese che francese. Se all’epoca l’avevo presa non tanto bene, perchè mi costringeva a studiare una materia in più, poi si è rivelata una scelta molto saggia, visto che mi sono trasferita proprio in Francia.

Gli inizi dello studio del francese sono stati parecchio duri, soprattutto perchè il primo anno ho avuto un’insegnante che pretendeva moltissimo ed era talmente severa da essere l’incubo di tutti gli alunni. Durante le sue ore non volava una mosca, nessuno fiatava se non interrogato e tutti tremavamo al pensiero di esserlo. Insomma un vero incubo, pero’ devo ammettere che è stato grazie a lei se ho imparato il francese, perchè i due anni successivi ho avuto delle professoresse mollaccione, incapaci di mantenere un minimo di disciplina in classe e nessuno di noi ha più imparato nulla di nuovo.

Ricordo i pomeriggi passati ad esercitarmi con la pronuncia, davanti allo specchio per imparare a fare la cosiddetta “bocca a culo di gallina” (scusate la scarsa finezza) per riuscire a pronunciare correttamente il suono stretto della “U” francese. E i gargarismi per arrivare a fare una “R” decente. Tutti, a torto, credono che la “R” francese sia moscia, invece non lo è, ha un suono tutto suo, che qui si definisce come “rouler la R”. Ancora adesso la pronuncia della mia “R” non è certamente quella che dovrebbe essere, ma penso che per gli italiani, anche se vivono qui da anni e anni, sia praticamente impossibile riuscire a fare la corretta pronuncia francese.

Ricordo l’incubo dei verbi, con tutte le coniugazioni da studiare e le decine di verbi irregolari da imparare a memoria, perchè poi c’erano le temibili interrogazioni e le verifiche scritte. Devo ammettere che a quell’epoca ero la migliore della classe. 🙂 E, con meno orgoglio, che la professoressa aveva una preferenza per me (l’unica volta che mi è successo in tutta la carriera scolastica, poi mi è più spesso capitato di essere il bersaglio ingiustificato di molti professori!).  Per questo motivo i miei compagni di scuola, almeno durante le ore di francese, mi odiavano e io non sopportavo quella situazione e quel clima che si creava, perchè per natura sono sempre stata quella che tendeva a nascondersi, a non farsi notare dagli altri.

Dopo la scuola media non ho continuato lo studio del francese, al liceo c’erano già abbastanza materie da preparare senza avere una seconda lingua.

Quando sono venuta a Paris dopo l’università, sono partita tutta baldanzosa, sicura che grazie agli studi delle medie io potessi cavarmela senza grossi problemi.

Errore madornale! E qui si dimostra come lo studio di una lingua straniera secondo il metodo scolastico italiano non risulti molto efficace quando ci si trova nelle situazioni concrete e reali. Quello che ho capito a mie spese è che la grammatica uccide una lingua! Nel senso che studiare e riempirsi la testa con le regole grammaticali di una certa lingua ti blocca nel momento in cui devi parlarla perchè nella tua testa c’è un turbinio di pensieri del tipo:”Ma adesso, se voglio dire questa frase, devo usare questa costruzione grammaticale o quest’altra?” oppure :”Ma questo verbo è regolare o irregolare?” . I miei inizi sono stati cosi’. Senza contare che facevo fatica a capire proprio quello che la gente diceva, mi sembrava che parlassero super veloci e non riuscivo a capire l’accento, ricordando la netta differenza con l’accento falso dei dialoghi in cassetta che la prof ci faceva sentire durante le lezioni. A volte la gente mi poneva delle domande e io restavo li’ a bocca aperta senza rispondere, vergognandomi di dover chiedere di ripetere la frase più e più volte. Se aggiungiamo poi che la mia prima capo del laboratorio dove lavoravo era un’inglese, emigrata in Australia, che viveva da sei anni in Francia, vi lascio immaginare come dovesse essere il suo accento francese! Un incubo. Decifrare quello che mi diceva lei era ancora più difficile e ricordo anche che avevo imparato alcune parole francesi con il suo accento, per rendermi poi conto che non era quello corretto!

Con il tempo le cose sono migliorate e ho imparato a capire l’accento parigino, sbrogliandomela abbastanza bene. Il vero salto di qualità con la lingua, pero’,  l’ho fatto solo dopo aver smesso di lavorare in laboratorio, cioè tre anni dopo il mio arrivo qui. I due anni e mezzo nel campo della vendita mi hanno permesso di imparare un sacco di parole nuove e di espressioni colloquiali (grazie alle mie colleghe francesi ed al contatto con i clienti). E di nuovo mi sono resa conto che tutto il vocabolario che la professoressa cercava di farci imparare a memoria a scuola non serve a nulla, le parole le memorizzi pian piano quando te la devi cavare in una conversazione quotidiana.

Tutte queste riflessioni sulla lingua francese mi sono venute in mente da quando ho iniziato a fare ripetizioni di italiano ad un ragazzo del liceo, tre settimane fa. Mi ritrovo di fronte ad un alunno che a scuola si vede riempire la testa di regole grammaticali e parole da imparare a memoria e che non ne viene fuori. Dato che non ho mai insegnato italiano a stranieri prima d’ora, mi sono resa conto solo adesso di quanto complessa sia la nostra lingua e di come sia difficile spiegarne la grammatica. E di quante eccezioni siano presenti! Alla fine sembra che le regole valgano in linea generale ben poca cosa, perchè la nostra lingua è piena appunto di eccezioni. E quando vedo lo sguardo demoralizzato dello studentello, che pensava di aver capito le cose e si ritrova continuamente davanti a casi particolari, lo compatisco e gli suggerisco di farsi un bel viaggio in Italia per imparare la lingua sul posto invece che sui libri! Che poi, in tutto questo, mi chiedo:” Ma perchè scegliere l’italiano a scuola?”. O per passione personale (di cui mi sembra privo) o per farsi del male inutilmente, visto che l’utilizzo della nostra lingua, ahimè, resta alquanto ristretto!

Caro Maestro

Caro Maestro Z.,

ti ricordi di me? So che sono passati 24 anni da quando ho finito la scuola elementare, ma io non ti ho mai dimenticato. E come potrei? Sei una persona unica, che lascia il segno in tutti i bambini che hanno avuto l’onore di averti come maestro elementare.

Mi ricordo bene il mio primo giorno di scuola, con la mia cartella rosa e viola nuova di zecca, i quaderni e l’astuccio delle stesse tonalità, con la mia gonnellina rossa a pieghe e la camicetta bianca con le maniche a sbuffo. Quando pochi giorni prima di iniziare la scuola avevo saputo che avrei avuto un maestro, un uomo, mi ero un poco preoccupata, pensando che saresti stato più severo di una maestra, forse. Invece, quando ci hai accolto in classe ci hai fatto un discorso di benvenuto tutto sorridente e pacato, tranquillizzando tuttti i bambini ed i genitori, che hanno subito capito che i loro figli erano in buone mani.

E ti sei dimostrato all’altezza del tuo ruolo, rivelandoti una persona eccezionale e fuori dal comune. Non sei mai stato formale, le nostre giornate di scuola non hanno mai avuto una struttura predefinita, con degli orari fissi. Ogni giorno venivamo a scuola con i due libri (di lettura ed il sussidiario) ed tutti i quaderni (italiano, matematica, storia, geografia e scienze), perchè decidevi all’ultimo cosa avremmo fatto quel giorno. Solo il lunedi’ avevamo il programma fisso del tema di italiano le prime due ore. Grazie a te ho scoperto che mi piace scrivere e non hai mai smorzato la mia fantasia galoppante, benchè qualche volta mi portasse fuori tema, perchè mi  sembrava che inventarmi una storia fosse più interessante che fare la cronaca della domenica precedente. Quando c’era qualche tema che ti piaceva particolarmente lo leggevi ad alta voce in classe, facendo sentire il bambino di turno orgoglioso, senza mai demotivare o ferire nessuno pero’.

I tuoi voti erano semplici: “non sufficiente” credo di non averlo mai visto uscire dalla tua penna rossa, di solito si alternavano solo i “Bene” ed i “Molto bene”, senza tante complicazioni di valutazioni come si fa ora.

Non ci hai mai imposto nulla sulla scelta del materiale scolastico, potevamo usare i quaderni che preferivamo, piccoli, grandi, ad anelli, con fogli colorati o bianchi. Non ti importava nulla di queste inezie, a differenza della maggior parte delle altre maestre. A te bastava che studiassimo, fossimo ordinati e stessimo buoni in classe senza farti impazzire.

Se un bambino si comportava particolarmente bene aveva diritto a ricevere un tuo disegno, una caricatura fatta in maniera estemporanea davanti ai nostri occhi spalancati. Ci contendevamo avidamente quegli schizzi.

Ti sei sempre distinto dalle altre maestre: la mattina arrivavi prima di tutti, perchè dicevi che abitavi lontano e volevi evitare le ore di punta. Cosi’ quando entravamo in classe eri già seduto alla cattedra da mezzora, con il tuo caffé del distributore automatico ed il tuo giornale, sempre e solo “La Repubblica”. Prima di iniziare le lezioni ci raccontavi sempre le notizie più importanti della giornata, facendole diventare a portata di bambino, per insegnarci a far parte della realtà e non escluderci. In questo modo ci hai spiegato cosa succedeva in Yugoslavia durante la guerra del 1990, me lo ricordo bene.

Poi, a ricreazione, chiamavi uno di noi, quello che si era comportato meglio durante la mattinata, e gli affidavi 200 lire, per andarti a prendere la cioccolata calda per la merenda. Per noi era un onore ed il prescelto camminava a testa alta, dirigendosi verso il distributore e facendo attenzione a non versare nemmeno una goccia di bevanda.

Ci facevi partecipi delle tue passioni: il Milan, Alberto Tomba, i film western, il disegno ed i gatti. Non per niente il tuo gatto si chiamava proprio come il tuo idolo, John Wayne!

Non ci hai mai fatto imparare poesie a memoria, non credevi nell’utilità di queste pappardelle, volevi che riflettessimo, che ragionassimo sulle cose. L’unica poesia che ci hai fatto studiare a memoria è stata “L’infinito” di Giacomo Leopardi, poeta che adoravi.

Non ci hai mai fatto fare lezione di ginnastica o portato ai corsi di nuoto, come facevano nelle altre classi, non ti interessava. In compenso durante la ricreazione ci portavi in giardino e facevi da arbitro nelle gare di velocità tra i maschi della classe. Non ci hai mai fatto studiare poesie di Natale, fare lavoretti per la festa della mamma, eri troppo alternativo per queste cose, anche se all’epoca mi mancavano un po’. Pero’ ci hai fatto fare il giornalino di classe (“Splash” si chiamava), insegnandoci come organizzare una vera redazione e facendoci pubblicare e vendere parecchie copie tra i genitori e gli alunni di altre classi, che erano invidiosi di noi.

Durante le due ore di religione del giovedi’, portavi i bambini che non vi partecipavano in un’altra aula e facevi le cosiddette “attività alternative”, che di solito consistevano sempre nel disegno. Tutti gli alunni che dovevano fare lezione di religione avrebbero voluto venire con te!

Vista la tua passione per il disegno ed i fumetti in particolare, ti sei fatto un punto d’onore di farci vedere il maggior numero possibile di cartoni animati Disney. Mi ricordo ancora quando abbiamo visto “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” che a tuo dire era un enorme passo avanti nella storia del cinema, in cui si mescolavano film e cartoni animati in modo perfetto. E ricordo anche di come una mamma rimase scandalizzata, perchè a suo parere il personaggio di Jessica Rabbit era troppo provocante per dei bambini di otto anni!  Ci hai fatto vedere “Fantasia” e ti sei arrabbiato perchè la maggior parte di noi si è annoiata di fronte a questo cartone animato musicale che per te era un’opera d’arte.

Ma non ti sei fermato ai cartoni animati. Ci hai fatto conoscere il film muto, con Charlie Chaplin e Buster Keaton, ci hai fatto vedere il monumentale “The D-Day” (filmone storico del 1962) per raccontarci lo sbarco in Normandia, fino al più recente “L’attimo fuggente” che ci ha colpiti tantissimo, anche se di nuovo la stessa mamma rompiballe si è lamentata con te perchè il personaggio principale che si suicida non era educativo per dei bambini. Ma tu non ti sei arreso, non ti sei lasciato influenzare da queste chiacchere e critiche e sei rimasto unico, insegnandoci a guardare le cose da un punto di vista diverso.

Ci hai fatto imparare le tabelline con un gioco, ci hai incoraggiato ad approfondire gli argomenti di studio con ricerche a casa, insegnandoci a spulciare libri ed enciclopedie e stimolando tantissimo in noi la voglia di dare sempre di più.

Ci hai comunicato l’amore per la lettura, inaugurandolo con “Il piccolo principe” e facendoci piangere quando ci hai letto la fine del libro. Ci hai fatto ridere con “Io speriamo che me la cavo” e sognare con le favole di Gianni Rodari.

Sono rimasti storici alcuni soprannomi che hai dato ai miei compagni, come il mio amico M. che denominavi “l’ammiraglio” perchè era insicuro e dicevi che si perdeva in un bicchiere d’acqua.

Non eri sempre sorridente e simpatico, spesso quando facevamo troppa confusione in classe cacciavi delle urla potentissime e la mamma della mia amica M., che abitava di fronte alla scuola, diceva che ti sentiva fin dentro casa! Tutta la scuola ti riconosceva un primato per le tue capacità vocali a questo proposito.

Sono convinta che il mio amore per lo studio e la mia buona riuscita scolastica successiva siano dovute a te, perchè ci hai motivato e fatto sentire la passione per il tuo lavoro.

Quando la scuola elementare è stata riformata e la tua adorata “Quinta A” se ne è andata, non ti sei piegato a quell’assurdo cambiamento dei “moduli”, che prevedeva la fine del maestro unico e l’istituzione di tre maestre responsabili ognuna di una sola materia. Questa spersonalizzazione del tuo ruolo non ti è andata giù. Hai cercato altrove qualcuno che avesse vermante bisogno di te e sei andato ad insegnare in carcere.

Non ti ho più visto, solo un giorno ti ho incontrato in libreria e non ti avevo nemmeno riconosciuto all’inizio, è stata mia mamma che mi ha detto:”Guarda il maestro Z.!”. Eri invecchiato, non mi hai riconosciuto, hai probabilmente avuto troppi alunni nella tua carriera scolastica ed io sono sempre stata una bambina troppo timida per farsi notare. Avevi gli occhi tristi, mi ricordo, mi sono chiesta che cosa facessi nella tua vita, ma non ho avuto il coraggio di dirlo a voce alta.

Poi ieri, per caso, grazie ad una segnalazione su Facebook di una mia vecchia amica delle elementari, ho letto di te su un quotidiano on-line. Avrei voluto leggere che avevi vinto un premio alla carriera come miglior fumettista o come maestro del secolo. Invece ho letto che te ne sei andato, a soli 72 anni, stroncato dal caldo torrido di questa estate soffocante, nella solitudine di una casa vuota, dove abitavi con i tuoi due gatti. Mi mancano le parole per dire quello che sento, anche se non ti ho più visto sei rimasto sempre dentro di me, con te se ne è andato un pezzettino della bambina che ero. Sto piangendo, mentre finisco di scriverti questa lettera, non riesco a smettere.

Mi spiace se sono stata prolissa, ma tu lo sai bene che io mi dilungo, ti ricordi i miei temi del lunedi’ no?

Ciao Maestro Z., ora starai ridendo non più da solo, ma in compagnia dei tuoi amici John Wayne e Walt Disney. Io spero solo che Paciocco possa nel futuro trovare un maestro altrettanto speciale di te, ma ne dubito fortemente.

MI, la bambina timida che ti ha ammirato tanto.