Odi et amo

Chi di voi ha fatto latino alle scuole superiori si ricorderà sicuramente del famosissimo epigramma di Catullo (due versi, facile da ricordare e di grande effetto quando si vuole fare i fighi al liceo!):

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. (Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.)
Nescio, sed fieri sentio et excrucior. (Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento)”.

Ecco, ve lo cito non per darmi arie a fare la grande “acculuturata” della situazione. Lungi da me questo intento! Mi pareva adatto a descrivere il mio stato d’animo al ritorno a Parigi dopo l’ennesima pausa italiana.

Quello che sto cercando di dire è che i miei sentimenti per l’ Italia, che continuo a considerare il mio Paese senza ombra di dubbio, sono ambivalenti e molto difficili da gestire. Quando sono in Francia ho spesso nostalgia, è naturale, ci ho vissuto 27 anni! Mi manca la famiglia, mi manca il calore delle persone e una certa disponibilità ai rapporti interpersonali che qui non trovo, mi manca il cibo, mi manca il sole, mi mancano i Colli Euganei nelle domeniche pomeriggio, le montagne ed il mare a meno di due ore da casa…

Quando torniamo in Italia sono molto felice, mi guardo intorno e la realtà nei primi giorni è edulcorata dalla gioia di sentirmi veramente a casa, di sentire la gente parlare italiano intorno a me (all’inizio fa sempre strano e siccome mi dimentico che la gente mi capisce a volte esprimo pareri inopportuni a voce troppo alta!). Passato l’entusiasmo iniziale, rimpinzato lo stomaco di stracchino, prosciutto cotto, pizza e Pandistelle, ecco che la verità riaffiora e mi si aprono gli occhi.

E cosi’ noto che le città sono sporche (soprattutto al Sud, mi spiace dirlo ma è cosi’), che ai passaggi pedonali le auto se ne fregano di rallentare per lasciar passare i pedoni, che quando si fanno le file in un qualsiasi luogo pubblico (supermercato, aeroporto, posta) c’è sempre qualche furbo che cerca di passarti davanti in modo proprio sfacciato, che quando vai in Posta ti viene un esaurimento nervoso per l’attesa interminabile ,che il patrimonio artistico di cui godiamo in Italia non viene valorizzato e spesso e volentieri si trova in cattivo stato, che non ci sono (o ce ne sono pochi e mal tenuti) spazi verdi per i bambini (e di nuovo, soprattutto al Sud questo, dove parchi e giardini sono quasi inesistenti), che la mentalità della gente è ristretta e spesso provinciale, che gli italiani diventano sempre più razzisti con il passare del tempo, che una delle preoccupazioni più grandi è quella per il matrimonio omosessuale, che quando vai a fare una visita specialistica il medico ti propone uno sconticino se rinunci alla fattura…

Ci sono tanti comportamenti che sono tipici dell’ Italia, che si sono radicati nel corso degli anni e che la gente ha dovuto accettare, perchè sembra impossibile eliminarli. Chi si allontana dal Bel Paese capisce che sono possibili realtà alternative, che l’evasione fiscale ed il lavoro in nero, per fare un paio di esempi, sono problemi che si possono superare, ma richiederebbero un netto cambiamento del sistema che nessuno vuole attuare, perchè chi potrebbe farlo ha i suoi interessi personali da difendere. Non dico assolutamente che la Francia sia esente da problemi e peccati, anzi! Pero’ la sensazione che ho è che in generale le cose funzionino meglio, che il cittadino sia più tutelato, che i soprusi siano più limitati. Per fare un esempio personale, durante il nostro lungo percorso di Procreazione assistita ho avuto diritto alla copertura al 100% delle spese mediche a carico del Sistema Sanitario Nazionale ed anche ora che sono incinta tutti gli esami sono rimborsati. Se avessimo fatto tutto questo in Italia, avremmo dovuto sborsare di tasca nostra diverse centinaia di euro, fino ad arrivare alle migliaia, pur restando nel pubblico e senza essere seguiti cosi’ da vicino e in modo rigoroso come qui.

E quindi, il dilemma rimane. Il mio desiderio di tornare in Italia per riavvicinarsi alle nostre famiglie è fortissimo, è quello che vorremo per Paciocco, perchè non cresca lontano da nonni, zii e cuginetti. Pero’ la situazione italiana ci deprime sempre dopo un po’ che siamo li’. Non siamo scappati lavandoci le mani, non siamo dei codardi che hanno preferito andarsene invece di impegnarsi nel proprio Paese. Semplicemente non vediamo come poter fare qualcosa per l’Italia, per cambiare le cose. E quindi mi ritrovo ad amare ed odiare al tempo stesso il mio Paese, con un conflitto interiore che non so come risolvere…

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Buon compleanno!

E cosi’, nel giorno del mio compleanno, con la pancia ripiena e la mente già da neo-mamma, penso che io oggi gli auguri li voglio fare alla mia mamma, a colei che 34 anni fa mi ha dato la vita.

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mamma (a sx) e zia

Poi ovviamente non si dimentica il contributo fondamentale del papà in tutto cio’!

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Oggi mi sento particolarmente melensa, sono tutta in subbuglio, non so bene decifrare le sensazioni che ho dentro: paura, felicità, paura della felicità…

Ed in tutto questo mi ritrovo a fare piani, a dirmi poi: ” Aspetta, non proiettarti troppo avanti”, a pensare al futuro, al presente, al passato.

Per oggi pero’ mi soffermo sul passato, il compleanno è fatto per ripensare a tutto quello che ho avuto in questi trentaquattro anni, che sono stati belli, gioiosi, difficili, duri… insomma un bel mix di emozioni. E siccome la gravidanza, ho già visto, che si è preannunciata subito con una tendenza fastidiosa alla lacrima facile, chiudo questo breve post con un riassunto fotografico di una trentina di anni fa, che vuole essere un grazie ai miei genitori. Spero di saper fare altrettanto bene tra qualche mese…

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Sei anni

Il 9 giugno 2009 ho preso l’aereo che mi ha cambiato la vita: un aereo che mi ha portato via dall’Italia, dalla mia casa, dalla mia famiglia, ma che mi ha permesso di conoscere MA e di sposarci.

Avevo saputo di aver avuto il posto all’Università solamente a fine aprile e dovevo iniziare a lavorare qui il 15 giugno, quindi l’ultimo mese italiano è stato un vero casino: dare la notizia alla mia capo che me ne sarei andata prima del previsto (il che ha generato non poche scenate, vista la quantità di lavoro che facevo e lo stipendio che mi passava l’Università di Padova), chiudere il conto in banca, preparare i bagagli, salutare tutti e …trovare un appartamento a Parigi. Quello era il punto più dolente da affrontare perchè, cari miei, trovare un buco decente in questa città è una specie di prova del fuoco! Conosco gente che per la disperazione stava pensando di rifare armi e bagagli e tornare in patria.

Il problema di questa città è che il mercato immobiliare, vista la pressante richiesta di alloggi, sa che ti puo’ proporre di tutto a prezzi esorbitanti perchè tanto qualcuno che accetta lo trovano sempre. Quindi è la routine trovare monolocali (qui chiamati “studio”) di dimensioni irrisorie, che vanno dai 9 metri quadri ai 25. Ed in nove metri quadri ci fanno stare angolo cottura e bagno, ci credete? Vi assicuro che è possibile. Se volete farvi un’idea delle condizioni di vita in cosi’ poco spazio basta che vi guardiate il film con Renato Pozzetto “Il ragazzo di campagna”!

Ancora peggio quelli che si trovano a vivere nelle cosiddette chambres de bonnes, cioè le stanze delle domestiche, che si trovano all’ultimi piano (leggi sottotetto) dei palazzi hausmaniani parigini. Ovviamente il bagno è sul pianerottolo!

Potete intuire quindi, vista la difficoltà di trovare un alloggio qui, come la cosa si complicasse ancora di più se la ricerca la dovevo fare dall’Italia, senza la possibilità di vedere personalmente quello che mi proponevano! E se la ricerca la dovevo fare ritagliandomi degli intervalli di tempo al lavoro, senza che la mia capo se ne accorgesse. Alla fine, esausta e disperata, con la prospettiva sempre più rela di andare a vivere sotto un ponte, mi sono rivolta ad un’agenzia immobiliare che mi ha trovato nel giro di due giorni uno studio di 27 metrii quadri (una reggia per gli standard parigini) per 850 euro al mese. Per soli 900 euro di spese di agenzia aggiuntive! Ahia!  Unico punto a favore: lo studio era poco lontano dall’Università e potevo andarci a piedi e a due passi da casa avevo la linea di metropolitana più recente di Parigi e la più veloce.

La ricerca della casa e i dettagli del trasferimento mi avevano cosi stressato che quel 9 giugno, mentre i miei mi accompagnavano a Venezia a prendere l’aereo, io in auto dormivo. Dormivo anche per cercare di non pensare, di ricacciare indietro le mille emozioni che mi giravano dentro, emozione per la nuova avventura, ma anche paura per l’ignoto, tristezza di lasciare tutto dietro di me cosi, senza avere avuto veramente il tempo di abituarmi all’idea…

Quando mi sono avviata verso i controlli di sicurezza, lasciando i miei genitori li’ a  guardarmi, sorridevo, non ho pianto (anche perchè la mamma aveva già preso i biglietti per venire a trovarmi dopo tre settimane), ma dentro avevo un vortice di sentimenti che mi scombussolava tutta.

Quando il taxi mi ha lasciato davanti al palazzo che sarebbe stato il mio nuovo domicilio, con le mie tre valigie, da sola, ho iniziato a realizzare veramente quello che stava succedendo. Il resto del pomeriggio l’ho passato a disfare i bagagli e pulire la mia minuscola casetta (non era male, le foto che avevo visto erano abbastanza veritiere) e personalizzare l’ambiente. Poi è stato il momento di fare un po’ di spesa, per potermi almeno sfamare quella sera e ho dovuto chiedere al supermercato di poter prendere in prestito il carrello per portare a casa tutte le provviste perchè a mano non ce la facevo. Hanno voluto che gli lasciassi un documento per essere sicuri che riportassi il carrello!

Tutte queste cose mi hanno fatto arrivare a sera in un baleno, senza permettermi veramente di pensare a cosa era successo nel giro di poche ore alla mia vita. Ma quando mi sono messa a preparare la cena, in attesa che l’acqua della pasta bollisse, ho avuto il crollo e sono scoppiata in lacrime! Mi sono guardata intorno, in quel minuscolo (perchè non mi ero ancora abituata agli standard parigini!) appartamento, mi sono vista li’ completamente sola, senza un’idea di come sarebbe stato il mio futuro, senza la mia famiglia con cui parlare durante la cena e raccontarci della giornata, senza poterli chiamare perchè non avevo il telefono in casa… e mi sono sentita piccola piccola e le prime parole che mi sono venute in mente sono state: “Ma cosa ho fatto?”.

(La risposta a questa domanda è arrivata qualche settimana dopo, quando il 20 giugno ho incontrato MA! Ma questa è un’ altra storia che vi raccontero’ tra qualche giorno).

Riassumendo quindi cosa è accaduto in questi sei anni francesi: ho cambiato casa 4 volte, ho cambiato lavoro altrettante volte, passando dall’ Universita alla pasticceria alla cioccolateria per arrivare quindi al mondo delle lezioni private, mi sono fidanzata e sposata, abbiamo iniziato il lungo cammino per avere il nostro Paciocco… direi che sono stati sei anni pieni di tante cose, di momenti felici ma anche di tanti momenti difficili, di gioia e di tristezza, di risate e di lacrime, di amore per questa città ma anche di tanta tanta nostalgia.

Non è stato facile partire e non è facile continuare a vivere qui, non so cosa ci riserverà il futuro e se la nostra casa resterà qui, è un periodo in cui ci sono troppe cose in ballo per sapere cosa succederà da questo punto di vista. Quello che so, che sento, è che io quell’aereo l’ho dovuto prendere per poter conoscere MA! Il lavoro è stato solo un pretesto, che si è rivelato una grande delusione, ma mi ha permesso di realizzare qualcosa di ben più grande. Quindi, nonostante tutto, devo dire grazie a questa città, che ha permesso a due persone di incontrarsi e di voler passare insieme il resto della loro vita!

uno dei primi tramonti parigini  nel 2009

uno dei primi tramonti parigini nel 2009