Un viaggio infinito

Ulisse ci ha messo dieci anni per tornare a Itaca. Che abbia viaggiato anche lui con Transavia?

Lunedi è stata una giornata allucinante. La gioia e l’eccitazione di tornare in Italia per una settimana di vacanza pre-natalizia (tenuto conto che sono ben 4 anni che non riuscivo a venire a Padova nel periodo di Natale!) è stata rovinata dall’incompetenza (e sono gentile) della compagnia aerea Transavia.

Non voglio fare qui una pubblicità negativa gratuita, ma sinceramente ogni volta che ho viaggiato con loro ci sono stati ritardi minimi di mezzora, che a guardare oggi mi sembrano pure accettabili se penso a quanto mi è successo lunedì scorso. La cosa peggiore, comunque, è il loro modo di trattare i passeggeri, che fino all’ultimo (e pure quando il ritardo è più che palese) sono tenuti all’oscuro di tutto quello che sta succedendo e, se osi chiedere spiegazioni, non ne ottieni, avendo come risposta al massimo frasi del tipo:”Non sappiamo, bisogna aspettare…”.

E io infatti lunedì ho aspettato, aspettato e aspettato…per sei ore, prima di poter partire per un viaggio che di ore ne richiedeva solamente una e mezza scarsa! Il tutto reso ancora più’ sgradevole dal fatto che: 1) essendo la partenza prevista alle 6:20 di mattina la mia sveglia era stata alle 4:40 ed avevo pure dormito male perché ero eccitata/agitata per il viaggio; 2) dovevo viaggiare da sola al settimo mese di gravidanza, quindi ero un po’ preoccupata di stancarmi, di fare sforzi a portare la valigia, di come fare per le mie multiple puntatine alle toilettes avendo al seguito bagaglio a mano, borsa, giacca e sacchettino della colazione!

Ma andiamo con ordine, per darvi un’idea dell’assurdità della mia giornata.

Appena arrivata in aeroporto, ho subito avuto la bella sorpresa di 40 minuti di ritardo annunciati. Ok, iniziamo male.

Mi sono avviata direttamente ai controlli di sicurezza, non avendo che il bagaglio a mano con me. Vestita con un paio di leggins, un pile, un paio di scarpe basse, senza cinture né altri ninnoli, sono riuscita a far suonare il detector. Va bene, mi sono dovuta mettere in parte, farmi passare una cartina su mani e scarpe per rilevare eventuali tracce di esplosivi o chissà che, e rispondere alla domanda assurda dell’agente di sicurezza:”Madame, porta una cintura?”. Ebetonzolo, non vedi che sono incinta, ho dei leggins e quella che sporge è panza datata di sette mesi di gravidanza? Dove me la metto la cintura secondo te, che faccio già fatica a mettermi i pantaloni?

Sono andata a comprarmi una rivista, scegliendola non troppo grossa, illudendomi che tanto avevo solo un paio d’ore di attesa prima di arrivare a Venezia! Ah ha, povera scema!

Quando alle 6:20 non avevamo ancora iniziato l’imbarco, che con il ritardo previsto doveva comunque cominciare per le 6:10, ho iniziato a preoccuparmi, senza immaginare tutto quello che sarebbe successo dopo. Naturalmente il personale di terra della compagnia, che era presente al gate, non ci ha dato nessuna informazione, se ne stavano li’ in coppia a chiacchierare e tramare alle nostre spalle. I miei sguardi supplichevoli non hanno sortito alcun effetto, finché mi sono decisa a chiedere spiegazioni. Risposta: causa nebbia l’aereo la sera prima si era fermato all’aeroporto Charles de Gaulle invece di arrivare a quello di Orly, e noi stavamo ora aspettando che l’aereo arrivasse. Mi sono sentita presa per i fondelli, perché dire ad una che viene dalla Pianura Padana che la nebbia fitta della sera prima aveva impedito l’arrivo dell’aereo mi sembrava una barzelletta! Quella non era che una piccola nebbiolina innocua, figuriamoci.

Poco prima delle 9, con sole due ore e mezza di ritardo, ci hanno permesso di salire in aereo finalmente. Io mi sono seduta, ho chiuso gli occhi preparandomi a rilassarmi finalmente e dormire per il resto del viaggio. Ho ricominciato ad agitarmi tipo anguilla quando mi sono resa conto che dopo 15 minuti ancora non partivamo. Finché il pilota ha annunciato la presenza di un piccolo guasto, che avrebbe richiesto il ricambio di un pezzo e dieci minuti di pazienza ancora. Ho avvertito mia mamma con l’ ennesimo messaggio della mattinata, e lei mi ha risposto preoccupata chiedendomi se c’era da fidarsi di una riparazione cosi’ rapida di un aereo. E che ne potevo sapere io? Intanto mi stava cogliendo una crisi isterica!

Guasto riparato, motori accesi, è ricominciata l’attesa per il decollo, che non avveniva. Dopo un tempo infinito per me, ennesimo messaggio del pilota che ci ha annunciato un altro guasto e ci ha invitato a lasciare l’aereo, senza dirci quale destino aspettava me e gli altri 29 passeggeri di quel maledetto volo.

Ci hanno portati in una sala d’attesa mai vista prima, dove eravamo solo noi, disperati. Io ormai con le lacrime agli occhi ho chiamato mia mamma dicendole che non credevo di riuscire ad arrivare, stremata da quell’odissea e con la voglia di farmi un bagno caldo e mettermi a letto per il resto del giorno. Poi ho provato a chiamare più’ volte MA, perché se dovevo tornare a casa nostra non avevo le chiavi con me. MA aveva lezione quella mattina e non era raggiungibile al cellulare, nonostante lo avessi pregato di lasciarlo acceso per eventuali problemi. Nel panico totale ho rintracciato su internet il numero della segreteria dell’università e ho chiamato. La povera segretaria deve avermi preso per pazza: ” Sono la moglie di MA C., sono in aeroporto, con il volo annullato, sono incinta e non ho le chiavi di casa e mio marito non risponde al telefono!”. La santa donna lo ha chiamato al telefono dell’aula, MA mi ha risposto preoccupato e gli ho raccontato tutto, compreso il fatto che eravamo tenuti in ostaggio in quella sala senza sapere se ci avrebbero mai fatti partire o meno.

Finalmente ci hanno detto che sarebbe arrivato un aereo prima di mezzogiorno che ci avrebbe portato a Venezia. Non ci credevo. Intanto ci hanno offerto una colazione per farsi perdonare. Io ormai avevo fatto conoscenza con tre persone e le ho sfruttate per chiedere loro di sorvegliarmi il bagaglio nelle mie varie puntate al bagno della mattinata e per aiutarmi a portare la valigia su e giù’ dalle varie scale (si’ perché, oltre tutto, i vari spostamenti su e giu dagli aerei sono stati sempre tramite scale e non con i tunnel soliti che ti portano direttamente in aereo!).

A mezzogiorno abbiamo rivissuto la scena delle 9 di mattina: imbarco, attesa (dovuta ad una coppia di passeggeri cretini che non si trovavano più’! no comment…)  e finalmente, incredibilmente, decollo! Le hostess avevano talmente tanta vergogna di farsi vedere da noi che si sono limitate a chiedere per microfono se qualcuno voleva comprare qualcosa da bere o da mangiare ed all’assenza di risposta dei passeggeri, si sono limitate a restarsene rintanate in un angolino con una tenda tirata, per non farsi vedere e linciare.

Dulcis in fundo, all’arrivo a Venezia ho avuto un altro quarto d’ora di attesa perché mio papà era in ritardo!

La soddisfazione di essere arrivata alla fine di questa epopea da sola, pe r di più incinta, la gioia di vedere la mia famiglia, mi ha ricompensato di tutto, ma non mi toglie la preocccupazione per il viaggio di ritorno.

 

 

Annunci

Un pensiero su “Un viaggio infinito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...