Una settimana dopo

Sono già passati sette giorni dall’inferno di venerdi’ scorso qui a Paris. Nel frattempo è in corso un altro attacco in un hotel di Bamako, in Mali. L’incubo prosegue e come continua a ripetere Manuel Valls, il primo ministro francese, siamo ben lontani da un ritorno alla normalità.

Se siete alla ricerca di una testimonianza sulla vita quotidiana parigina in un periodo di allarme terrorismo non posso esservi molto utile purtroppo. In primis perchè negli ultimi mesi, complice la panza che cresce, evito di andare in posti affollati, nelle zone centrali di Paris e preferisco andare a passeggiare in mezzo al verde e lontano dai turisti e dalla calca del centro. In secondo luogo perchè anche quando vado al lavoro, ho poco più di mezzora di strada a piedi da fare e quindi rimango sempre nei dintorni di casa, evitando mezzi pubblici e restando in quartieri un po’ più periferici e tranquilli. Le zone calde, quelle degli attacchi sia a Charlie Hebdo che al Bataclan e delle altre sparatorie di venerdi’ scorso, si trovano nella parte nord della città e noi per fortuna viviamo e lavoriamo nella zona sud.

Quindi non posso essere un’autorevole fonte per raccontarvi come sta reagendo la città di fronte a questo allarme terrorismo e sinceramente non ci tengo nemmeno. Mi ritengo molto fortunata di non dover prendere ogni giorno il metro o gli autobus,  di non essere costretta a girare in pieno centro, di rimanermene defilata nel mio angolino di mondo parigino. Anzi non vedo l’ora di lasciare anche questo scorcio di Paris che mi resta e di poter finalmente traslocare in piena campagna, a fine gennaio. Quando ho raccontato a  mio papà queste cose, il suo commento è stato:”E’ un peccato abitare a Parigi e non potersela godere!”. Sicuramente ha ragione, anche se per il momento le mie priorità sono altre e lasciare questa città per andare ad abitare in banlieu (periferia) mi risolleva il morale. Gli ultimi avvenimenti hanno rinforzato questo sentimento.

Certo mi si stringe il cuore a lasciare Parigi in questo stato. Perchè nonostante io giri poco e frequenti poco il centro, nonostante i parigini cerchino di non farsi paralizzare dalla paura continuando a uscire a cena, a teatro, non facendosi bloccare in casa dalla paura, io sento un’atmosfera diversa, un’inquietudine di fondo che non è possibile ignorare, anche se la gente cerca di far finta di nulla e continua a fare la sua vita. Questa è almeno la mia impressione: che i francesi tentino di dimostrarsi forti, di non lasciarsi intimorire da questi pazzi furiosi che vogliono minare le basi della loro libertà. Perchè i francesi sono i fieri eredi dei rivoluzionari che hanno combattuto per la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza. Ma credo che in fondo ognuno nasconda gli stessi sentimenti: una stretta al cuore al suono di ogni sirena per strada (a me sembra veramente che se ne sentano molte di più, non so se è solo suggestione), il bisogno la mattina appena svegli di accendere la tv per sapere se si sono verificati altri orrori, la sensazione di vivere in bilico su qualcosa, in attesa che questo qualcosa si sbilanci ancora una volta. Senza sapere per il momento come evitarlo.

 

 

 

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