Goodbye biology!

Qualche notte fa ho fatto un incubo dal quale mi sono svegliata completamente scombussolata e molto angosciata. Ho sognato che riprendevo a lavorare nel campo della ricerca in biologia e stavo facendo degli esperimenti con i topolini.

Mi sono per fortuna svegliata subito (grazie alla frequenza delle mie puntatine notturne al bagno) e mi è venuto in mente alle 4 di mattina che avrei dovuto scrivere un post spiegando per bene, una volta per tutte, perchè ho deciso tre anni fa di abbandonare questo lavoro per il quale ho studiato per cosi’ tanto tempo!

scienziato

5 anni di università, con una laurea di primo livello ed una laurea specialistica in biologia molecolare (tutte e due 110 e Lode), un dottorato in neurobiologia e due anni e mezzo di ricerca sempre in neurobiologia in Francia, tre articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali… e poi da un giorno all’altro ho mollato tutto e ho deciso di dire “basta!”. Detta cosi’ mi prenderete per pazza sicuramente!

Invece non credo di essere pazza, penso anzi che sarei stata sconsiderata a continuare la mia vita cosi’ come era stata impostata senza avere il coraggio di cambiare e di scegliere una strada diversa che potesse rendermi più felice.

Non rimpiango per nulla gli studi che ho fatto all’università, li ho fatti con passione e con grandi soddisfazioni personali. Solo che, purtroppo, quando sei studente, non ti rendi conto della vita di sacrifici che ti aspetta dopo se scegli di continuare nel campo della ricerca scientifica.

Fare ricerca (in biologia almeno, poi in altri rami scientifici come la fisica o l’ingegneria è molto diverso) vuol dire accettare un lavoro senza orari fissi, in cui devi essere disponibile anche nei giorni festivi e nei week-end se necessario, in cui ti trovi a volte a rientrare alle dieci di sera se l’esperimento in corso ha avuto degli intoppi e si è protratto oltre il tempo previsto. Ovviamente tutto cio’ non viene pagato con straordinari, perchè in quanto ricercatore (per la maggior parte del tempo precario per di più)  il tuo lavoro non è soggetto ad orari fissi e ci si aspetta da te che tu ti sacrifichi anima e corpo per la sacra scienza. Punto e basta. Se pure il tuo contratto prevede tot giorni di ferie all’anno è molto difficile che tu riesca a prenderteli tutti e soprattutto ogni volta che chiedi al tuo capo le ferie ti senti un verme, come se venissi meno al tuo incarico e non avessi pure tu il sacrosanto dirittto di riposarti qualche volta.

Fare ricerca vuol dire non avere nemmeno orari regolari per il pranzo, perchè dipende da come va l’esperimento che stai facendo. Ho passato nove mesi di tesi di laurea a mangiare solo panini in un quarto d’ora di tempo, seduta su un muretto nel giardino del dipartimento perchè nel laboratorio dove lavoravo non c’era mai un buco disponibile per sedersi a mangiare. Mi è capitato di pranzare alle 5 di pomeriggio perchè le cose che stavo facendo non potevano essere interrotte. Mi è successo di perdere un paio di kg durante la tesi di laurea e dieci kg per lo stress lavorativo durante il mio ultimo contratto in Francia. Più una simpatica colite da stress in accompagnamento.

Fare ricerca vuol dire essere, appunto, ,sempre sotto pressione. Devi fare esperimenti su esperimenti per produrre dati per arrivare a scrivere un articolo scientifico sul tale argomento che state affrontando. Dovete riuscire a far pubblicare l’articolo perchè altrimenti il vostro capo non potrà dimostrare ai vari enti che finanziano la ricerca che il suo laboratorio è produttivo e quindi rischierà di non avere altri finanziamenti. E senza soldi non si fa ricerca, non si possono pagare gli stipendi ai dottorandi o giovani ricercatori, non si possono comprare i materiali che sono costosissimi (per dire, pochi microlitri di anticorpi, utilizzati per esperimenti di biochimica, possono costare 500-1000 euro). E senza ricerca non si producono dati, per cui non puoi chiedere soldi. Un vero gatto che si morde la coda.

E tu, giovane ricercatore, sei costretto a lavorare come un pazzo per avere risultati validi, con la pressione del tuo capo addosso e la concomitante paura che qualche laboratorio concorrente arrivi prima di te a fare la tua scoperta e pubblicare l’articolo al riguardo. E se succede, se tu arrivi secondo, non hai un premio di consolazione, non hai la medaglia d’argento, non hai nulla. Il tuo lavoro si puo’ buttare nel cesso, semplicemente. O, se sei fortunato, si cerca di prendere una strada secondaria e di riciclare in qualche modo i tuoi dati, che pero’ saranno sempre di livello inferiore ormai.

Fare ricerca vuol dire lavorare tantissime ore al giorno per produrre dati e fare analisi statistiche per dimostrare una certa teoria e ritrovarsi invece con risultati contrastanti, che non si capisce più da che parte devi andare a parare. Questo porta a due alternative: continuare a lavorare come un pazzo per ottenere sempre più dati da analizzare e sperare che per la legge dei grandi numeri si ottenga alla fine qualcosa di statisticamente significativo, oppure, se il tuo capo è poco corretto, eliminare o ignorare i dati che vanno in direzione contraria alle sue aspettative e tenere quelli “buoni”. Siccome mi è capitato più volte di lavorare con persone simili, capirete anche il mio disincanto nei confronti della ricerca scientifica. Se alcune scoperte scientifiche sono il fruttto di manipolazioni simili è veramente una vergogna ed io non volevo essere coinvolta in truffe simili.

Fare ricerca vuol dire trovarsi immersi in ambienti molto competitivi (soprattutto negli USA), dover far fronte ogni giorno a gelosie e frecciatine avvelenate tra colleghi, doversi muovere tipo agente della CIA per non far sapere agli altri quello che stai facendo per paura che anche il tuo vicino di laboratorio ti rubi i dati. La mia capo durante il dottorato aveva lavorato per sei anni negli USA e questa era la sua mentalità: lavoriamo in mezzo ad un branco di avvoltoi, non dobbiamo raccontare nulla a nessuno perchè tutti ci possono fregare. Secondo la mia esperienza questo non succede veramente in Italia, ma negli Stati Uniti ed in Giappone effettivamente c’è una competitività spaventosa.

Fare ricerca vuol dire essere precari per anni, con contratti che si rinnovano ogni anno, senza alcuna sicurezza, perchè dipende sempre dal fatto che il tuo capo riceva o meno i finanziamenti che richiede ai vari enti. Il povero giovane ricercatore deve sperare che prima o poi si apra un concorso per avere un posto fisso e deve fare un voto a tutti i santi del Paradiso affinchè non ci siano i soliti raccomandati che ti passano davanti indipendentemente dai meriti accademici. Questo ovviamente succede soprattutto in Italia, in Francia la situazione è diversa, ma resta il fatto che le domande di posto fisso sono tantissime ed i posti disponibili pochi. Conosco persone che tentano il concorso per più anni di fila, prima di riuscirci. E se non ci riesci devi stare pure attento perchè oltre una certa età (mi pare 35 anni in Italia) non puoi più concorrere per il posto di ricercatore, per cui se non passi dopo i 36 anni sei fregato.

ricerca

Per tutto quanto detto prima, forse ora non vi stupirete più della mia decisione. Dopo anni di lavoro in quel campo ero arrivata a perdere dieci kg per lo stress (pesavo 44 kg per 165 cm di altezza), mi era venuta la colite, ogni domenica sera al pensiero della nuova settimana che iniziava mi ritrovavo in lacrime, ero caduta in depressione, non avevo un posto fisso e se avessi voluto avere dei figli li avrei dovuti far crescere da estranei perchè con gli orari che facevo era impossibile seguire dei bambini. Tra l’altro, prima di firmare l’ultimo contratto che avevo accettato (a 29 anni, per una durata di 18 mesi), la mia capo di allora si era voluta sincerare che non intendessi rimanere incinta durante quel periodo, perchè altrimenti lei non avrebbe potuto trovare nessuno che prendesse in mano il mio lavoro.

Ho detto basta a tutto questo, ho lasciato andare anni ed anni di studi ma ho scelto di avere una vita decente, una vita normale. Le alternative che mi si offrivano, purtroppo,non erano migliori. Passare a lavorare nel privato è difficilissimo, perchè le industrie preferiscono scegliere neo-laureati da formare fin da subito secondo i loro schemi. Una persona che arriva dal pubblico nel privato è spesso troppo qualificata, il che significa per l’azienda doverti pagare di più. Inoltre, con la crisi economica, le industrie non assumono quasi nessuno, soprattutto nel 2012, quando io avevo iniziato a cercare. In ogni caso, lavorare nel privato non avrebbe portato grandi cambiamenti a quanto detto prima: orari impossibili, stress, tanti sacrifici e poche soddisfazioni. L’altra possibilità sarebbe stato fare insegnamento. In Francia per questo bisogna fare un diploma specifico, che prevede due anni supplementari di studio ed un concorso molto duro per entrare. Sinceramente ne avevo abbastanza di studiare, non avevo minimamente voglia di rimettermi sui libri per non sapere nemmeno dove sarei finita ad insegnare, magari in una periferia parigina super lontana da casa e con alunni poco raccomandabili o gente snob che si sarebbe fatta beffe del mio accento straniero.

Quindi penso di aver fatto la scelta giusta, lasciarmi tutto alle spalle e proseguire su una strada completamente diversa.

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6 pensieri su “Goodbye biology!

  1. Davvero? e tu riesci a continuare il lavoro senza farti rovinare la vita? Io non ero assolutamente capace di scindere la vita lavorativa da quella privata ed era diventato insostenibile…

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    • beh a me avrebbe fatto piacere saperle queste cose prima di iscrivermi all’università, spero di poter far riflettere qualcuno eventualmente! 😉

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